La cura del personale nella Fondazione Pia Opera Ciccarelli

La cura del personale nella Fondazione Pia Opera Ciccarelli

“Nessuno diventò sapiente per puro caso”
(Seneca)

Presentazione a cura del Prof. Emilio Butturini.

 

Come studioso di Storia dell’educazione e della pedagogia mi è stata affidata una rapida presentazione della persona che ha dato vita e nome alla “Fondazione Pia Opera Ciccarelli”, il parroco di San Giovanni Lupatoto d. Giuseppe Ciccarelli, nato a Cadidavid (VR) il 28 settembre 1844 e morto a Verona il 12 febbraio 1919.
A partire dall’anno scolastico 1858-59 fu accolto nel ginnasio dell’istituto di d. Nicola Mazza (1790-1865), i cui allievi frequentavano le scuole del Seminario e dovevano essere dotati di «ottimo ingegno, ottima moralità e sano, giudizioso criterio» ed essere privi di mezzi, «assolutamente esclusi gli altri», come ribadiva il Mazza a tre mesi dalla morte.
Anche Ciccarelli, dunque, apparteneva alla prima generazione della grande famiglia mazziana, che già nel periodo che precedeva la morte del fondatore poteva contare su uomini come San Daniele Comboni (1831-1881), il beato avv. Giuseppe Tovini (1841-1897), il beato d. Giuseppe Nascimbeni (1851-1922), il rettore dell’Università Gregoriana p. Massimiliano Anselmi (1819-1889), il direttore de «La Civiltà Cattolica» p.Valentino Steccanella (1819-1897), il fondatore del Collegio S.Luigi, d. Giovanni Battista Carrara (1827-1899), il fondatore dell’Istituto «Le nostre bambine» d. Luigi Giacomelli (1839-1926),d. Giovanni Battista Pighi (1847-1926), vicario generale della diocesi di Verona, il dottor Giovanni Darra (1827-1899), protagonista della lotta contro la pellagra, il dottor Emilio Baumann (1843-1917), promotore dell’educazione fisica in Italia, ecc.
Divenuto sacerdote nel 1867, fu prima cooperatore del parroco di Sommacampagna e poi di quello di San Giovanni Lupatoto, a cui successe nel maggio 1875 come parroco, svolgendo, con intelligente e generosa dedizione quell’incarico fino al novembre del 1902.
In quell’anno divenne canonico della cattedrale e superiore dell’Istituto delle “Sorelle della Misericordia”, fondato dal beato Carlo Steeb (1773-1856) nel 1840 e destinato a diventare l’istituto di origine veronese con più numerose vocazioni, insieme con quello delle “figlie della carità” di S. Maddalena di Canossa.
Saranno proprio le “Sorelle della Misericordia” ad offrire la loro intensa collaborazione e il loro impegno appassionato alla “Pia Opera Ciccarelli” fino al 1996. Le “Opere Pie” del parroco Ciccarelli (l’aggettivo indica sostanzialmente il carattere del tutto gratuito di prestazioni destinate a persone “prive di mezzi”, così come fu - almeno all’origine - delle “Scuole Pie” di S. Giuseppe Calasanzio, vissuto dal 1557 al 1648, fondatore di quelli che furono appunto chiamati Scolopi o Piaristi) iniziarono con l’istituzione dell’asilo nel 1885, con la promozione della educazione e scolarizzazione delle ragazze, specie con la chiamata, da lui sollecitata, di religiose come maestre nelle classi femminili delle scuole elementari pubbliche (allora gestite dal Comune).
Seguirono poi, tra il 1889 e il 1892, le istituzioni per gli anziani, che diventeranno l’aspetto più significativo e caratterizzante della «Pia Opera» e infine - sia pure per soli sei anni (1913-1919) - la fondazione di un ospedale, che svolse un’opera preziosa nel periodo tragico, specie per la nostra regione, del primo grande massacro mondiale.
Soffermiamoci ora sull’opera per gli anziani destinata a più lunga durata con i limiti - accennati anche in qualche intervento di questo lavoro - ma non senza riconoscere i grandi pregi e le concrete e preziose funzioni esercitate per più di un secolo, sulla base dell’ispirazione religiosa e caritativa del fondatore.
Riviveva in essa la sensibilità del Mazza e, più in generale, la temperie della grande fioritura di fondazioni religiose del primo ottocento veronese, incisivamente definita nel titolo di un’operetta di quel periodo di un sacerdote viennese Aloys Schlör, Die Philantropie des Glaubens oder das Kirchliche Leben zu Verona in der neuesten Zeit, Mayer, Wien 1839, e cioè La Filantropia della fede ossia la vita della chiesa in Verona in questi ultimi tempi, come si legge in una traduzione italiana del 1840.
«È la fede, non la filantropia – scriveva nella Prefazione Schlör, che aveva trascorso a Verona un anno, dal settembre 1837 all’agosto 1838, per assistere la comunità austriaca e partecipare al progetto di Rosmini di fondare nella nostra città l’Istituto della carità - che suscita a Verona tanto di buono e di grande: tutte le opere della carità sono qui opere della fede; da essa derivano il vigoroso inizio, il costante sviluppo, la nobile e pura intenzione […], il modesto e silenzioso intervento e perciò tanto più efficace nella promozione di un’assistenza spirituale e civile della popolazione». Il sacerdote austriaco era un grande estimatore di Antonio Rosmini (1797-1855), il quale, in una lettera del 18 marzo 1846 allo stimmatino d. Luigi Bragato, avrebbe definito il suo istituto «di origine veronese […] pe’ replicati impulsi della Canossa e per l’efficacissimo eccitamento del Bertoni».
Il Roveretano era molto legato anche ad altri fondatori veronesi del primo ottocento, al Mazza in particolare e ad alcuni suoi allievi, come d. Angeleri e d. Aldegheri, ma lo stesso beato Tovini ricordava il «molto rosminianesimo» che si respirava nell’istituto e considerava la rosminiana Filosofia del diritto «il suo caposaldo nella carriera d’avvocato», come ha ricordato il filippino d. Antonio Cistellini (1905-1999), nella sua biografia del Tovini.
Ebbene, il carattere primo della pedagogia rosminiana era quello di «tendere a conseguire la perfezione della persona nell’alunno che è quanto dire di tutto l’uomo», anticipando quel concetto della «centralità della persona» che avrebbe ispirato Ciccarelli e che è stato riproposto come motivo fondamentale - con nuove indicazioni metodologiche - per il rilancio della Pia Opera, a partire dal viaggio di visita e di studio in Danimarca del 1985, dalla importante “lezione” del danese Erik Guldborg del 1986. Seguirono le iniziative di formazione di d. Carlo Vinco e gli apporti significativi, negli anni più recenti (1995-1996), della Fondazione Zancan di Padova, con la partecipazione dell’allora suo presidente mons.
Giovanni Nervo e della dott.ssa Milena Diomede Canevini, coordinatrice del Progetto formativo (Funzioni di coordinamento degli interventi residenziali e domiciliari per anziani della Pia Opera Ciccarelli), elaborato attraverso sette dossier, uno per ognuno dei sette seminari tenuti, oltre ad incontri preparatori e conclusivi. Come pedagogista non posso che apprezzare il fatto che un momento di crisi di una benefica istituzione sia divenuto un momento di crescita e di rilancio, sulla base dei valori originari di persona e di solidarietà, perché proprio la pedagogia non può che fondarsi sulla relazione e quindi sul concetto di persona, come sempre più viene compreso dai vari filoni di studio, a partire naturalmente da quello personalistico, per arrivare a quello della fenomenologia (penso alla beata Edith Stein o a Maria Zambrano) o dello stesso problematicismo pedagogico di Giovanni Maria Bertin o del più recente Franco Frabboni.
Dire “persona” significa parlare di fiducia in se stessi e negli altri, capacità di empatia (l’Einfühlung della Stein), non disgiunta da vigile senso critico, superamento del concetto di un individuo egocentrico, competitivo, incapace di alleanze e proprio per questo tendente ad un conformismo, inteso come un adattamento passivo ai modi di pensare e di fare più ricorrenti e riconosciuti, tendenza al gregarismo e dunque non alla realizzazione delle proprie migliori potenzialità.
Una positiva relazione educativa, fondata sull’idea di persona, è lo strumento migliore per uscire da individualismo e conformismo, non solo all’inizio della vita, ma in tutte le sue fasi.
Già il grande pedagogista e vescovo Comenio, vissuto tra il 1592 e il 1670, parlava nella Pampaedia di un’educazione addirittura in gremio matris (prenatale), ancor prima della “scuola dell’infanzia”, per poi indicare le scuole della fanciullezza, dell’adolescenza, della giovinezza, della virilità e della vecchiaia - e terminava - in una parte però appena abbozzata - con la «scuola della morte».
«Anche la vecchiaia è parte della vita - egli scriveva al cap. XIV, intitolato appunto «La scuola della vecchiaia» - e tutta la vita è scuola che ci prepara all’Accademia eterna - e anche per i vecchi il continuare a vivere deve significare progredire».
Anzi «la vecchiaia è il momento culminante dell’attività umana» e «i momenti conclusivi delle azioni esigono la più grande attenzione, affinché tutti quelli precedenti non siano infruttuosi e senza scopo».